sabato 16 agosto 2014

Maremma: le radici di un paesaggio attraverso le trasformazioni del territorio


Maremma: le radici di un paesaggio attraverso le trasformazioni del territorio

 

 

Se una milionata d’anni fa un esemplare di homo erectus avesse navigato davanti alle coste maremmane, a sud del poggio di Castiglione della Pescaia avrebbe notato che la linea di costa arretrava a formare una profonda ed ampia insenatura che andava a richiudersi con i monti dell’Uccellina. Come? Dite che l’homo erectus non navigava? Prima di tutto non si sa! E poi, se è per questo, non sapeva neppure che stava bordeggiando le coste della Maremma, non sapeva di Castiglione né dell’Uccellina perché ancora nessun homo erectus aveva avuto lo schiribizzo di diventare topografo o geografo (prima avrebbe dovuto diventare Sapiens!). Perciò non sapeva neanche che i numerosi corsi d’acqua che confluivano nel golfo un giorno si sarebbero chiamati fiume Umbro o fiume Bruna o torrente Sovata; e non gli importava neanche di saperlo, come credo non gli sarebbe importato nulla di questa storia. Aveva altre esigenze!

Comunque la situazione, a occhio e croce, era questa:

 



  

Ma i fiumi, in particolare l’Ombrone, apportavano sedimenti nel mare ed il gioco delle correnti marine da sud determinò lo spostamento e l’accumulo dei materiali scaricati verso nord, con la formazione di un cordone dunale e, quindi , di tomboli litoranei e di retrostanti lagune. Si cominciava a formare il lago Prile (Prilius per i romani).

In età etrusca il lago Prile era così:



Comunicava con il mare e su di esso si affacciavano due città poste in posizione opposta, Roselle e Vetulonia: non esistono evidenze archeologiche, ma la ricchezza dei commerci delle due città fa pensare all’esistenza di attracchi portuali separati dalle rispettive aree urbane site strategicamente in posizione elevata.

 In età romana il tombolo di Marina di Grosseto si era già completato e l’Ombrone sfociava ormai  fuori dal lago, che quindi si era trasformato in bacino chiuso.
 



Nel I secolo d. C. il lago Prile doveva essere un luogo accogliente – anche per le  opere di scolo delle acque e di collegamento tra lago e mare realizzate dai romani e citate da Plinio – ed ambìto da personaggi di rilievo se, come riferito da Cicerone nell’orazione Pro Milone, in un'isola che corrisponde oggi a una collina indicata nelle carte come Badiola al Fango ma conosciuta col toponimo di Isola Clodia, tale Clodio aveva costruito una villa in terreno non suo: come vedete, niente di nuovo sotto il sole!!!

Il degrado e l'abbandono delle campagne verificatisi nelle epoche successive portarono ad un deterioramento ambientale di quelle zone; il lago di Castiglione era diventato una grande palude nella quale a nord si immettevano il Bruna e i torrenti Sovata e Fossa, mentre a sud fungeva da cassa di espansione per le piene dell'Ombrone: i fiumi sversavano così sedimenti nel lago, favorendone il graduale interramento.

Diaccia Botrona: il Padule  (foto Nino Costa)
 

Alla fine del XVI,  l’istituzione dell'Ufficio dei Fossi (1592) da di fatto inizio alla storia delle bonifiche maremmane, con l'avvio di lavori di scavo e di drenaggio delle acque di palude; negli anni  successivi ad opera di Cosimo II dei Medici viene aperto un canale, il Navigante, che permetteva il trasporto delle merci tra Castiglione della Pescaia e Grosseto.
 
Diaccia Botrona: Canali  (foto Nino Costa)

 

Gli anni dal 1766 al 1778 sono quelli della bonifica idraulica di Ximenes, al quale viene affidato il compito di riordinare lo stato del lago di Castiglione: vengono riattivati vecchi scoli e scavati nuovi canali, viene sistemato l'argine destro dell'Ombrone e messi in sicurezza idraulica i fiumi Bruna, Sovata e Fossa mediante la costruzione di argini, innalzata con colmata la zona settentrionale della pianura (Acquisti e Raspollino) e realizzate opere di difesa dalle acque del mare, come la casa Rossa.

Diaccia Botrona: Casa Rossa  (foto Nino Costa)




 
Nel 1828 Leopoldo II ordina la bonifica del padule secondo il progetto di sistemazione idraulica col metodo della colmata, consistente nell’adduzione di sedimenti dell’Ombrone in recinti di colmata (vasche di decantazione dei detriti solidi portati dal fiume) e nel successivo scolo al mare delle acque chiarificate, di fatto nel tentativo di accelerare quello che la natura aveva fatto nei secoli: i lavori cominciano verso la fine del 1829 con circa cinquemila operai. In 15 anni, tra il 1829 e il 1844 viene realizzata una gigantesca opera di risistemazione idraulica del territorio con l’escavo di canali di adduzione a terra delle torbide e di emissari di sgrondo in mare delle acque chiare.
 
 


In particolare vengono escavati il Primo Canale Diversivo lungo 7 chilometri, dotato di una steccaia e di una presa d'acqua a Ponte Tura, il Secondo Canale Diversivo lungo il tracciato del vecchio Navigante e tre emissari del padule, destinati a far defluire fino al mare le acque dai recinti di colmata (il San Rocco, il San Leopoldo e il Bilogio).
 

 
Ma la tecnica per colmata si dimostra molto meno efficace e molto più lunga di quanto preventivato da chi l’aveva ideata, per cui i lavori si esauriscono.
Riprendono nel 1928 con l'istituzione del Consorzio di Bonifica: pur non rinunciando alle colmate,  il Consorzio si orienta verso tecniche di bonifica idraulica con prosciugamento per scolo naturale e, soprattutto, meccanico (tramite pompaggio delle acque). La pianura viene quindi  dotata di una fitta rete di canali in grado di collettare le acque di drenaggio dei terreni, vengono separate le acque alte (la rete scolante di provenienza collinare) dalle acque basse (le acque di drenaggio della pianura con profilo altimetrico insufficiente per lo scarico naturale in mare) e realizzate le idrovore di Cernaia, Barbaruta e Casotto Venezia per sollevare e convogliare verso il mare le acque basse. Con la separazione delle acque alte dalle acque basse e l'utilizzo delle idrovore inizia la bonifica meccanica, che trova completamento nel periodo 1950/60 con il totale prosciugamento di una vastissima area, il cui unico residuo è costituito dai circa 1000 ettari attuali della Diaccia Botrona.
 
 
 
Diaccia Botrona  (foto Nino Costa)
 
 Le mutate condizioni culturali oggi fanno sì che le zone umide non siano più considerate territori malsani da bonificare bensì ambienti di altissimo interesse ecologico, paesaggistico e territoriale, ma anche culturale, educativo ed economico. In Maremma poi rappresentano l’elemento identitario precipuo del territorio: ne segnano la toponomastica (Castiglione della Pescaia, Montepescali, Giuncarico, Strada dei Laghi, Piatto Lavato rimandano alla presenza di acqua, ma anche lo stesso toponimo Maremma indica una terra interconnessa col mare), ne raccontano la storia nel momento in cui i canali che attraversano la Diaccia (canale Tanaro, canale Bilogio, Antico Canale Navigabile, Canale Unico Collettore) rappresentano le tracce delle passate bonifiche, hanno gli stessi pezzi di DNA di quel golfo ampio e profondo che l’Homo Erectus e navigante osservò senza farci tanto caso una milionata di anni fa.
 


 
Riferimenti:
Consorzio Bonifica Grossetana - La Memoria della terra, 2002;
Consorzio Bonifica Grossetana  - Piano di Classifica, 2007;
Costa, Giannerini - Le zone umide in Maremma: il caso della Diaccia Botrona, Regione Toscana, Conferenza sullo Stato dell’Ambiente, vol. IV, 1997;
M. G. Celuzza -  Formazione ed evoluzione del Lago Prilius, Progetto INFEA “Maremma interfaccia tra due mari”.
 
Per approfondimenti si consiglia di visitare il sito del Consorzio di Bonifica Grossetana  (www.bonificagrossetana.it) corredato, tra l’altro,  di ricca e interessante documentazione fotografica.

 
 

 

 

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